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In questo numero: - Le creme solari e il tumore della pelle
Le creme solari e il tumore della pelle

Le creme solari sono state inizialmente sviluppate per prevenire le scottature gravi per il personale militare che trascorreva molte ore sotto il sole forte e diretto (MacEachern 1964). Oggi vengono pubblicizzate per ogni sorta di benefici: dalla prevenzione dell'invecchiamento cutaneo fino alla protezione dal cancro della pelle.

Tuttavia, numerosi esperti hanno messo in discussione l'affidabilità delle prove scientifiche che supportano queste affermazioni (Autier 2009, Draelos 2010).

L'azione delle creme solari per la protezione contro le scottature è ben nota. La caratteristica dei filtri solari viene identificata come il fattore di protezione solare o SPF. Così le creme solari consentono alle persone con la pelle chiara di stare all'aria aperta più a lungo, spesso al fine di ottenere un' abbronzatura o per massimizzare il tempo di esposizione al sole.

In questo modo le persone sono intensamente esposti ai raggi UVA, che non causano scottature ma provocano danni più subdoli (Autier 2009, Lautenschlager 2007).

Il cancro della pelle è la forma di tumore più comune negli Stati Uniti e rappresenta quasi la metà dei casi di cancro. Le ultime statistiche alimentano domande su metodi più efficaci per evitare il cancro della pelle:

Da uno a due milioni di americani sviluppano il cancro della pelle di ogni anno (Bikle 2008, Rogers 2010, ACS 2010).
Nella popolazione degli USA il cancro della pelle è cinque volte più prevalente rispetto ai tumori al seno o alla prostata (Stern, 2010).

Nonostante sempre più persone utilizzino le creme solari e i prodotti siano di qualità sempre crescente, l'incidenza del cancro della pelle negli Stati Uniti e in altri paesi continua a crescere (Aceituno-Madera 2010, Jemal 2008, Osterlind 1992).

In effetti, alcuni studi condotti negli anni '90 hanno evidenziato che la maggiore incidenza della forma mortale di tumore alla pelle, il melanoma maligno, si ha fra gli utilizzatori frequenti di creme solari (Autier 1998, Beitner 1990, Westerdahl 2000, Wolf 1998).

Altri studi invece indicano che la protezione solare protegge dal melanoma (Autier 1995, Green 2010, Westerdahl 2000, Wolf 1994). Questi studi dimostrano come l'uso regolare di creme solari riduca il rischio di carcinoma a cellule squamose (SCC), ma non necessariamente di altri tipi di cancro della pelle.

Il carcinoma a cellule squamose ha una crescita lenta e la malattia è curabile. Secondo una recensione pubblicata dalla American Cancer Society, si stima che il SCC rappresenti solo il 16% di tutti i tumori della pelle ogni anno, mentre per l'80% siano carcinomi basocellulari e il restante 4% siano melanomi maligni (Greelee 2001.

L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha concluso che:
- Utilizzare la protezione solare può ridurre la comparsa di carcinoma a cellule squamose.
- Utilizzare la protezione solare non ha dimostrato influenza sul carcinoma basocellulare.
- Situazioni di esposizione al sole, come restare all'aperto per lunghi periodi di tempo e l'utilizzo delle creme solari può aumentare il rischio di melanoma (IARC 2001a, Autier 2009).

Melanoma e protezione solare: UVA, UVB o entrambi?

I raggi solari che raggiungono la superficie della terra sono costituiti da più lunghezze d'onda: UVA (315-400 nanometri-nm), UVB lunghezza d'onda più corta (280-315 nm), luce visibile e luce infrarossa. I raggi UVB costituiscono il 3-5% della radiazione UV totale che passa attraverso l'atmosfera, mentre gli UVA ne costituiscono il 95-97%.

Gli UVB, che penetrano solo lo strato esterno della pelle, sono la prima causa di scottature (eritema o arrossamento della pelle) e di tumori come il carcinoma a cellule squamose (von Thaler 2010).
Al contrario, gli UVA penetrano più in profondità la pelle dove causano un diverso tipo di danno al DNA rispetto agli UVB (Cadetti 2009).

Per decenni, i produttori di creme solari e i consumatori hanno ritenuto che prevenire o ritardare le scottature potesse anche evitare altri danni pericolosi, come il cancro della pelle.

Oggi, molti esperti ritengono che sia i raggi UVA che UVB possono contribuire all'aumento del rischio di melanoma (Donawho 1996, Garland 2003, Godar 2009, Setlow 1993).
Le creme solari prodotte nel corso degli ultimi tre decenni non costituivano quindi una tutela contro il cancro, perché queste bloccavano gli UVB, ma permettevano una maggiore esposizione agli UVA (Draelos 2010).

Così i filtri solari potrebbero aver contribuito al maggiore rischio di melanoma in alcune popolazioni (Gorham 2007).

Sebbene oggi molti filtri solari includano filtri UVA, un gran numero di prodotti disponibili sul mercato nel 2011 non sembrano ancora offrire una protezione sufficiente e, in ogni caso, i consumatori non riescono ad applicare un'adeguata quantità di crema per una protezione solare totale.

Un numero sempre crescente di dati sull'esposizione agli UVA li indicano come un fattore significativo nello sviluppo del melanoma:

Studi in vivo, epidemiologici e clinici "suggeriscono che gli UVA possono svolgere un ruolo importante nella patogenesi del melanoma maligno" (Rünger 1999, Photodermatology, photoimmunology & photomedicine).
- "Nel complesso, i dati suggeriscono un ruolo potenziale degli UVA nella patogenesi del melanoma" (Wang et al 2001, Journal of American Academy of Dermatology).
- "La capacità del filtro solare di prevenire scottature solari (misurata in SPF) probabilmente non implica la capacità di prevenire il melanoma o carcinoma basocellulare" (Autier 2009, British Journal of Dermatology).


Perché gli scienziati non hanno sufficiente conoscenza su creme solari e tumori della pelle?

Tre fattori complicano l'interpretazione degli studi di efficacia per la protezione solare:

1. Le persone che utilizzano creme solari tendono a stare al sole più a lungo, quindi la loro dose totale di radiazione UV, particolarmente i dannosi raggi UVA, può essere maggiore rispetto ai non utilizzatori (Autier 2000, Dupuy 2005, Stanton 2004).

2. La precedente generazione di filtri solari non ha fornito significativa o adeguata protezione dai raggi UVA o forse appena sufficiente per gli UVB (Diffey 2009, Lautenschlager 2007, Osterwalder 2009).

3. Gli studi sull'uso dei filtri solari nelle popolazioni non sono stati coerenti o sufficienti per assicurare una protezione da melanoma (Bech-Thomsen 1992, Thieden 2005).
Studi condotti negli ultimi dieci anni hanno confermato che l'uso regolare di creme solari riduce il rischio di carcinoma a cellule squamose (Gordon 2009, van der Pols 2006), risultato simile agli studi completati nel 1990 (Green 1999).

Una regolare applicazione di creme solari solare può diminuire l'incidenza di cheratosi solare (nota anche come la cheratosi attinica), ovvero dei cambiamenti della pelle provocati del sole e che sono considerati possibili precursori di carcinoma a cellule squamose (Naylor 1995, Thompson 1993).

Studi recenti hanno riportato una leggera diminuzione dell'incidenza del carcinoma basocellulare associato all'uso di protezioni solari, ma non statisticamente significativa (Pandeya 2005, van der Pols 2006).

Nel complesso, per questo tipo di cancro, i dati sulle prestazioni delle protezioni solari rimangono negativi o ambigui (Hunter 1990, Rosenstein 1999, Rubin 2005).

Comunque, i medici sono più preoccupati per il melanoma maligno, il tipo più letale di cancro della pelle (Lund 2007, Organizzazione Mondiale della Sanità 2006). Le scottature solari sono un importante fattore di rischio per il melanoma (Leiter 2008). Le scottature solari gravi e intermittenti in età infantile sono stati considerate il maggior fattore di rischio, anche se le scottature durante tutta la vita probabilmente contribuiscono allo sviluppo del melanoma (Autier 1998, Dennis 2008).


Stato delle ricerche in materia di prevenzione del melanoma

I singoli studi forniscono prove contraddittorie sul ruolo della protezione solare nello sviluppo del melanoma. Studi condotti in Svezia, Belgio, Francia, Germania, Austria, e Stato di New York segnalano un elevato rischio di melanoma anche fra gli utilizzatori delle protezioni solari (Autier 1998, Beitner 1990, Graham 1985, Westerdahl 2000, Wolf 1998).

Al contrario, studi condotti in Spagna, Brasile, Australia e California indicano una diminuzione del rischio di melanoma fra gli utenti delle creme solari (Bakos 2002, Espinosa-Arranz 1999, Green 2011, Holly 1995, Rodenas 1996).

Una delle difficoltà di interpretazione degli studi di epidemiologia umana è il lasso di tempo tra l'uso di creme solari e la diagnosi del cancro. L'uso dei filtri solari e delle protezione UV sono migliorati fra gli anni '80 e '90 quando la maggior parte dei partecipanti allo studio per la protezione solare sono stati esposti al sole.
Come risultato, gli studi riflettono l'efficacia dei filtri solari di vecchia generazione, non i prodotti attuali, fra i quali se ne possono trovare diversi tipi che sono in grado di offrire una buona protezione dai raggi UVA.

Un istituto di controllo ha effettuato quindici test sulla correlazione fra l'utilizzo di creme solari e melanoma, producendo prove contrastanti. Tre studi hanno evidenziato un rischio significativamente più basso di melanoma associato all'uso di creme solari, mentre altri otto studi hanno dimostrati rischi più elevati, e quattro studi non hanno trovato alcuna correlazione (IARC 2001, recensito in Dennis 2003, Diffey 2009, Gorham 2007, Huncharek 2002).
Alcuni scienziati hanno combinato i dati di diversi studi per la protezione solare in modo da poter valutare gruppi più grandi o specializzati di utilizzatori. Una meta-analisi di studi sul melanoma condotti da scienziati dell'Università dello Iowa nel 2003, non ha trovato alcuna associazione globale tra rischio di melanoma e utilizzo delle protezioni solari (Dennis 2003).
I ricercatori dello Iowa hanno indicato che le osservazioni di rischio elevato in un ampio gruppo di studi condotti in Europa e negli Stati Uniti potrebbero essere stati influenzati da diversi fattori, come le differenze nella sensibilità della pelle alla luce del sole tra le persone con pelle chiara o più scura.
É molto più probabile che i filtri solari vengano utilizzati dalle persone più esposte al rischio di scottature (Diffey 2009, Geller 2002), il gruppo a più alto rischio per il melanoma (Dubin, 1986).

Una meta-analisi condotta dalla University of California San Diego nel 2007 ha evidenziato un legame tra il luogo dove è stato condotto lo studio (alta o bassa latitudine dall'equatore) e il rischio di melanoma in relazione all'uso delle protezioni solari. Secondo questa analisi, nelle popolazioni che vivono a latitudini di 40 gradi o meno dall'equatore, l'utilizzo dei filtri solari non è risultato associato ad un rischio statisticamente significativo di melanoma, mentre tra le popolazioni che vivono a latitudini più settentrionali si è riscontrato un aumento statisticamente significativo del rischio di melanoma collegato all'uso di protezioni solari (Gorham 2007). Ciò può essere dovuto a una maggior prevalenza di raggi UVA, rispetto agli UVB delle latitudini settentrionali.

La pigmentazione della pelle può essere un fattore in queste differenze di latitudine (Gorham 2007). Studi hanno constatato che le creme solari sono risultate generalmente protettive per le popolazioni del Mediterraneo o di prevalente origine mediterranea, quelle che hanno un maggiore livello di pigmentazione costitutiva (quella determinata dalla predisposizione genetica).

D'altra parte, gli studi condotti tra le popolazioni di pelle chiara che risiedono lontano dall'equatore (sopra i 40 gradi di latitudine) generalmente presentano un aumento del rischio di melanoma attorno al 60% (Espinosa Arranz 1999, Rodenas 1996). In altre parole, la capacità delle creme solari di proteggere dal melanoma sembra dipendere dalla posizione geografica e dalla pigmentazione della pelle tipiche delle popolazioni.

A complicare il puzzle vi è un recente studio sull'efficacia della protezione solare per il melanoma (Green 2011) che ha coinvolto 1621 partecipanti nel Queensland, Australia. Il Queensland è a 20 gradi di latitudine (dove gli studi hanno già rilevato che le creme solari possono proteggere contro il melanoma), ma lo studio ha coinvolto solo i partecipanti dalla pelle chiara, quindi più sensibili alle radiazioni UV.
Dieci anni dopo il test, sono stati diagnosticati tra i partecipanti che hanno utilizzato le creme solari quotidianamente 11 melanomi primari. Circa 22 sono stati diagnosticati tra il gruppo di controllo, che ha usato la protezione solare a propria discrezione anzichè un uso quotidiano controllato. Questa disparità notevole ha portato i ricercatori a concludere che "i melanomi possono essere prevenuti con l'uso regolare di creme solari negli adulti"(Green 2011).

Estrapolare questi risultati per applicarli ai residenti a latitudini più lontane dall'Equatore - tutti gli Stati Uniti, Canada e Europa - sarà difficile. Alcuni critici hanno messo in dubbio la validità di questo studio per dimostrare effetti statisticamente significativi, dato il piccolo numero di casi di melanoma osservati, e ha avvertito che “il solo uso della protezione solare probabilmente non riduce l'incidenza di cancro della pelle", pur continuando a raccomandare l'uso di protezione solare (Gimotty 2011) .

Gli esperti concordano sul fatto che le tendenza degli utilizzatori delle creme solari a trascorrere più tempo esposti al sole e quella di indossare abiti meno protettivi possono aggravare i danni derivati dall'esposizione al sole, comportamento che può portare al melanoma (Autier 2009, Draelos 2010, Gorham 2007). Gli scienziati ancora non conoscono quali specifiche lunghezze d'onda dei raggi solari possano portare allo sviluppo del melanoma (Donawho 1996). Fino a poco tempo fa non erano disponibili creme con protezione anti-UV ad ampio spettro, in particolare la protezione UVA, un deficit che potrebbe aver contribuito allo sviluppo del melanoma fino ad ora (Garland 2003, Godar 2009).

Dal momento che gli scienziati non hanno risposte definitive circa il collegamento di protezione solare e cancro della pelle, non c'è da meravigliarsi che molti esperti consiglino di fare affidamento su capi di abbigliamento e di ombreggiature, piuttosto che sulle creme solari, per proteggersi dall'esposizione al sole.

Per aggiungere confusione alla confusione.....

Troppo poco sole potrebbe essere dannoso, riducendo i livelli di vitamina D nell'organismo.


La principale fonte di vitamina D nel corpo è il sole, questa vitamina è di enorme importanza per la salute: rafforza le ossa e il sistema immunitario, riduce il rischio di vari tumori (compresi seno, colon, rene e tumori dell'ovaio) e regola almeno 1.000 diversi geni che regolano praticamente ogni tessuto del corpo (Mead 2008). Il sole serve per una funzione critica nel corpo che invece le creme solari sembrano inibire: la produzione di vitamina D.

Negli ultimi due decenni, i livelli di vitamina D nella popolazione degli Stati Uniti hanno subito un costante calo, creando una "crescente epidemia da insufficienza di vitamina D" (Ginde 2009a). Sette bambini su dieci livelli bassi di vitamina D e fra quelli più soggetti a questo tipo di carenza vi sono i bambini obesi e quelli che passano più di quattro ore al giorno davanti a computer, TV o videogiochi (Kumar 2009).


Altri esperti non sono d'accordo. L'American Medical Association ha raccomandato l'esposizione al sole diretto (senza protezione solare) per dieci minutipiù volte alla settimana (AMA 2008), mentre l'American Academy of Dermatology sostiene che "scientificamente non esiste un valido livello di sicurezza di esposizione ai raggi UV che permette la sintesi massima della vitamina D senza aumentare il rischio di cancro della pelle "(AAD 2009). Integratori di vitamina D sono l'alternativa, ma è in corso un dibattito sulla giusta quantità. L'Istituto di Medicina USA ha avviato nuove ricerche per rivalutare le linee guida attuali. Nel frattempo, il medico può soltanto verificare i livelli di vitamina D e dare consigli su sole o supplementi.

Le vitamine fanno sempre bene sulla pelle?

La vitamina A, ingrediente comune per le creme solari, può accelerare lo sviluppo del cancro.
In un recente studio della FDA si indica che una forma di vitamina A, il retinil palmitato, se applicato sulla pelle in presenza di luce solare, può accelerare lo sviluppo di tumori della pelle e delle lesioni (NTP 2009).
Questa evidenza è preoccupante perché l'industria per la protezione solare utilizza il 30% di vitamina A in quasi tutte le creme solari perché è un antiossidante che rallenta l'invecchiamento della pelle.
Tuttavia, le proprietà antiossidanti della vitamina A possono essere valide per le lozioni e creme notte che si usano per idratare la pelle, ma la FDA ha recentemente condotto uno studio delle proprietà fotocancerogene della vitamina A, la possibilità che si traduce in tumori cancerosi, se utilizzato con la pelle esposta alla luce solare. Gli scienziati sanno da tempo che la vitamina A può stimolare la crescita della pelle in eccesso (iperplasia), e che la luce del sole può formare radicali liberi che danneggiano il DNA (NTP 2000).

I dati della FDA sono preliminari, ma se questa fosse la valutazione finale, l'industria solare avrebbe un grosso problema. Nel frattempo, si raccomanda ai consumatori di evitare creme solari con vitamina A (cerca "retinil palmitato" o "retinolo" in etichetta)

I radicali liberi e altri sottoprodotti dannosi per la pelle di crema solare.

Entrambi i raggi UV e molti ingredienti delle comuni creme solari generano radicali liberi che danneggiano il DNA delle cellule della pelle, accelerandone l'invecchiamento e provocando un aumento del rischio di cancro.

Un' efficace protezione solare impedisce più danni di quelli che provoca, ma le creme solari sono di gran lunga la soluzione migliore per evitare le scottature e limitare i danni da radicali liberi.

Mentre il SPF (fattore di protezione) per le scottature solari varia da 15 a 50, l'equivalente "fattore di protezione da radicali liberi" scende circa a 2.
Quando i consumatori applicano troppa poca crema senza ripetere l'applicazione frequentemente, i filtri solari possono causare più danni da radicali liberi che quelli provocati dai raggi UV.

La crema solare ideale dovrebbe bloccare completamente i raggi UV che causano scottature, soppressione immunitaria e i dannosi radicali liberi. Dovrebbe fornire una protezione della pelle per diverse ore e non formare ingredienti dannosi quando degradata dalla luce UV.
Dovrebbe essere gradevole all'olfatto e al tatto in modo che le persone le usino nella giusta quantità e frequenza.

Non sorprende che attualmente non esista alcuna protezione solare che soddisfi tutti questi criteri. La scelta principale negli Stati Uniti è tra le creme solari “chimiche”, che hanno stabilità inferiore, penetrano la pelle e possono interferire con i sistemi ormonali, e le creme "minerali" (zinco e titanio), che spesso contengono particelle micronizzate di questi minerali.

Inoltre, come ciliegina sulla torta...

La sostanza chimica principale utilizzata nelle creme solari per filtrare i raggi ultravioletti può essere tossica, in particolare quando esposta alla luce del sole.

Uno studio condotto da scienziati norvegesi sull'Octyl methoxycinnamate (OMC), presente nel 90% dei marchi di protezione solare, ha dimostrato che anche a basse dosi questa sostanza era in gradon di danneggiare le cellule delle cavie di laboratorio.

Non è certo se gli effetti sulle cavie possono ripetersi negli esseri umani, anche se i risultati riportati sulla rivista New Scientist suggeriscono che le cellule umane potrebbero essere danneggiate nel caso in cui le creme solari contenenti OMC penetrino lo strato esterno della pelle entrando in contatto con i tessuti interni.

Terje Christensen, un biofisico del Norwegian Radiation Protection Authority, vicino a Oslo, ha affermato che una sua ricerca ha dimostrato che le creme solari devono essere trattate con cautela e utilizzate solo quando non è possibile proteggere la pelle dal sole con i vestiti.
Il Dr. Christensen ha riscontrato che l'OMC provoca una reazione di tossicità doppia quando la è esposto alla luce solare rispetto alla tossicità riscontrata in laboratorio.

La Cosmetic Toiletry and Perfumery Association, che rappresenta i produttori di creme solari in Gran Bretagna, sostiene che l'OMC "è stato accuratamente testato per la sicurezza" ed è stato approvato dalle autorità di regolamentazione in Europa e negli Stati Uniti.

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